domenica 18 dicembre 2016

Tempesta sul congiuntivo

 




Nell'ultima settimana l'opinione pubblica è stata agitata e divisa da un'annosa polemica che periodicamente si riaccende e infiamma gli animi spingendoli - specie quando la comunicazione viaggia via Internet - a una violenza incendiaria ("flaming").

Oggetto del contendere: la difesa del congiuntivo.
Occasione della contesa: la recensione al volume di Francesco Sabatini comparsa sul Corriere della sera a firma di Paolo Di Stefano col titolo Congiuntivo in calo: nessun dramma.

La recensione, pur rendendo ragione della ricchezza del libro, furbescamente comincia dalla fine, ovvero dai quattro "psicodrammi" linguistici degli italiani (affrontati da Sabatini con la serietà scientifica che lo caratterizza), e tra questi seleziona - non a caso - il congiuntivo (inserito anche nel titolo come parola-chiave, evidentemente a fini di ottimizzazione per i motori di ricerca). Sempre tra le parole-chiave, viene inserita "Crusca", il nome dell'Accademia di cui il prof. Sabatini è stato Presidente, ma della quale non rappresenta né l'unica voce né il portavoce - del resto, come affermava Giovanni Nencioni, "l'Accademia non ha una sua idea o ideologia gregarizzante, da bandire pubblicamente".

L'articolo di Di Stefano viene subito ripreso da altre testate, utilizzato alla stregua di un "lancio di agenzia": senza preoccuparsi di leggere non dico il libro, ma l'intero articolo, svariati giornalisti (e non) diffondono la pseudonotizia secondo cui la Crusca avallerebbe l'uso dell'indicativo al posto del congiuntivo, celebrando serenamente la morte di quest'ultimo.

Non mi inoltrerò nella massa di riprese preoccupate e polemiche (anche via radio), di cenni ironici (anche televisivi), e financo di parodie: tutte accomunate non solo dalla rinuncia pregiudiziale a una lettura diretta del volume, ma anche da una completa ignoranza della prospettiva storico-linguistica e socio-linguistica in cui il discorso si inserisce.
Vale la pena ricordare - en passant - che ai pionieristici studi di Francesco Sabatini dobbiamo l'etichetta di "italiano dell'uso medio" (comparsa in uno studio del 1985, in cui elencava i fenomeni innovativi dell'italiano contemporaneo, ivi compreso l'uso frequente dell'indicativo pro congiuntivo) nonché le prime indagini sulla persistenza nel tempo delle strutture dell'italiano orale (tra queste la semplificazione sintattica di strutture subordinative complesse che prevedono l'uso del congiuntivo, come il periodo ipotetico dell'irrealtà, in cui è diffuso da secoli l'uso dell'indicativo imperfetto: Se lo sapevo, venivo).

Quello su cui mi interessa riflettere è il meccanismo della fallacia argomentativa, che non è certo nuovo, ma trova nei social media un mezzo di circolazione "virale".
Una premessa è d'obbligo: il parlante ha una sua "ideologia della lingua", e tende ad avversare il cambiamento (bollato come "errore") anche quando ne è parte. Di fatto il cambiamento assume per il parlante i connotati minacciosi e apocalittici di una "decadenza" della lingua, da respingere senza alcun dubbio (quindi spesso acriticamente).
E' questo il presupposto della "fallacia classica" - nelle parole del linguista statunitense John Lyons. Un punto di vista che toglie di mezzo un intero ambito di osservazione scientifico, condannandolo invece di studiarlo.

Ogni innovazione linguistica - scrive Lorenzo Renzi nel volume dedicato a Come cambia la lingua. L'italiano in movimento (Il Mulino, 2012)   - "è tale quando comincia ad avere un certo uso diffuso, quando ha acquisito una certa massa critica". Se al profano questi fenomeni, pure consistenti, spesso sfuggono (perché l'uso della lingua è in larga parte inconscio, ed è proprio a ogni parlante "un istinto linguistico conservatore"), è dovere del linguista osservare le modificazioni dell'uso e della norma senza respingerle in nome del "buon uso".
Del resto, condannare l'uso dell'indicativo sarebbe come opporsi alla vendita di automobili col cambio automatico: è chiaro per guidare bisogna saper conoscere le marce, ma l'uso abituale dell'auto rende pratico e confortevole il cambio automatico.
Va poi sottolineato che gli estremisti del congiuntivo incorrono spesso in errori grammaticali veri e propri: pochi sanno, infatti, che in italiano l'uso del congiuntivo ci obbliga in molti casi a esprimere il pronome soggetto per evitare ambiguità (le tre persone singolari del presente indicativo sono infatti identiche). Non possiamo dire al nostro interlocutore Penso che stia male se ci riferiamo proprio a lui/lei: dobbiamo dire Penso che tu stia male (in questo caso, dunque, Penso che stai male è sicuramente accettabile in una conversazione colloquiale, Penso che stia male è sicuramente un errore).
La difesa a oltranza del "congiuntivo" determina inoltre, sempre più spesso, errori di ipercorrettismo: si usa il congiuntivo quando sarebbe d'obbligo usare l'indicativo (es. Meno male che il giocatore sia stato fischiato anziché è stato) oppure il condizionale (Fammi sapere se domani potessi giocare anziché potresti giocare). Del resto, come ben sapevano Totò e Fantozzi, quando si vuol fare bella figura con la lingua, si finisce spesso per fare figuracce.

Ma c'è un altro aspetto che merita attenzione e preoccupazione: la rinuncia pregiudiziale alla complessità che si annida in ogni condanna fatta per ignoranza, per partito preso, per conformismo o per volontà di "distinzione". Perché di questo si tratta, in larga parte, quando si leva "molto rumore per nulla" intorno alla difesa della lingua italiana (o meglio, della norma introiettata a scuola). Finendo per tacciare di imperdonabile lassismo chi - come Sabatini - all'autentica "cura" della lingua (e non a una sua velleitaria difesa) ha dedicato e dedica le sue migliori energie.
Un'eccezione va fatta per chi, come insegnante, si pone un dubbio legittimo intorno ai criteri di accettabilità di certe forme in certi contesti, e sull'opportunità di continuare a promuovere un uso sorvegliato della lingua in giovani che sembrano muoversi agevolmente solo nei registri medio-bassi della lingua.

A costoro giova ricordare che conoscere la grammatica non vuol dire solo padroneggiare le regole, ma sapersi orientare tra opzioni diverse laddove la lingua ci offre la possibilità di scelta.
Sarà utile a tal proposito rileggere la riflessione che faceva Giovanni Nencioni in un saggio del 1987 dal titolo suggestivo (Costanza dell'antico nell'italiano moderno):

"Il congiuntivo costituisce senza dubbio un mezzo che, in rapporto dialettico con l’indicativo, arricchisce la lingua di sfumature soggettive ed estimative altrimenti male esprimibili. Ma bisogna distinguere tra i casi in cui il congiuntivo non può mancare, perché è destinato dalla lingua ad una funzione per la quale è insostituibile, e i casi in cui esso può alternare con l’indicativo. I primi sono i casi di uso autonomo del congiuntivo: l’imperativo della prima persona plurale e della terza persona singolare e plurale (vada, venga, andiamo, facciano) [i tipici congiuntivi storpiati dal ragionier Fantozzi], le forme augurali (voglia il cielo! fosse vero!) o concessive (accada qualsiasi cosa...), il caso in cui il congiuntivo sia il sintassema subordinante e perciò ineliminabile (penso sia bene far questo).
I casi di possibile alternanza o fungibilità sono invece quelli di posizione subordinata, dove già nella fase antica il congiuntivo poteva scambiarsi con l’indicativo e oggi, anche sotto certa influenza dialettale, tende a cedergli il passo, a ciò cospirando la mancanza di una chiara e perentoria disciplina grammaticale e una esigenza di semplificazione. Certo, l’alternanza tra i due modi poteva avere già nel latino, e poi nel corso della storia della nostra lingua, una sottile motivazione semantico-stilistica [...] perfino nello stesso contesto e nello stesso periodo, come nei versi 137-139 dei Sepolcri: «Ma ove dorme il furor d’inclite geste / e sien ministri al vivere civile / l’opulenza e il tremore» e nella prosa verghiana di Vita dei campi: «Conosceva come spira il vento quando porta il temporale, e di che colore sia il nuvolo quando sta per nevicare» (Jeli il pastore). [...]
Ma [...] è un fatto che il congiuntivo retto da verbi estimativi o iussivi o interrogativi cede il passo all’indicativo nella lingua parlata [...]; ciò che non altera l’orientamento semico della comunicazione, che è contenuto nel verbo reggente, ma interrompe quella proiezione soggettiva e assiologica dell’enunciarne che il congiuntivo attuava nella dipendente. È un caso in cui il parlato, talvolta amante della ridondanza, tende ad eliminarla, riducendo all’essenziale comunicativo uno strumento ricco di sfumature."

Come sottolineava Nencioni, il fatto che "una persona colta, passata attraverso una educazione grammaticale logicizzante e normalizzante", senta certe forme come sciatte, "non legittima una censura". Si tratta infatti di forme più semplici e spedite, che nei secoli hanno affiancato le forme più ricercate, e oggi trovano naturalmente posto nel parlato quotidiano, che ci piaccia o no.
La "responsabilità" cui Nencioni - vent'anni or sono - richiamava i parlanti (e a maggior ragione i più colti) dovrebbe essere quella di aiutare l'italiano "
a farsi compiutamente lingua parlata, cioè ad accogliere o a ricuperare dalla proscrizione dei grammatici le strutture proprie al parlato, vecchie o nuove che siano, senza sentirsene degradato e senza d’altronde rinnegare le esigenze proprie della lingua scritta, che ha compiti ben diversi."

Questione di registri, insomma. Nella lingua come nella musica.

(immagine di Ale& Ale tratta dal volume Italianità, a c. di G. Iachetti, Corraini, 2008, a corredo del capitolo Frasi dei film di Fantozzi, di Tommaso Labranca)

lunedì 5 dicembre 2016

I piaceri della grammatica



Ė uscito in libreria, per Mondadori, Lezione d'italiano. Grammatica, storia, buon uso di Francesco Sabatini.
Un libro appassionato e appassionante, che sceglie la forma del "dialogo" col lettore (studente, insegnante, amante della lingua) per una divulgazione d'alto livello, che ci accompagna nei territori del linguaggio toccando temi complessi con piglio lieve e preciso: origini neurobiologiche, acquisizione della lingua parlata e scritta, storia della lingua, prospettive attuali.
Ogni dialogo è accompagnato da una "provocazione" o da un "dubbio di lingua" che obbliga il lettore a ripensare la sua idea di lingua, rendendola più sfaccettata e scientificamente fondata.
Ai dieci dialoghi che compongono la prima parte seguono i dieci "Inviti ai piaceri della lettura e della grammatica" in cui si articola la seconda parte del volume.
Attraverso quattro prove di lettura (Machiavelli, Montale e due testi giornalistici contemporanei) è introdotto il tema della grammatica, intesa come riflessione scientifica sulle strutture della lingua - presupposto necessario per la comprensione di testi complessi.
Il modello valenziale, al cuore della ricerca e della instancabile attività di divulgazione e formazione che Sabatini svolge da anni nelle scuole italiane, è introdotto in 25 pagine ricche di esempi e grafici. Un tuffo "a capofitto" nella profondità della "cognizione grammaticale" da cui il lettore è invitato a riemergere per affrontare la dimensione della "pragmatica testuale" e considerare la "grammatica calata nel testo".

I piaceri della grammatica (Perché, quando e come) è il titolo della recensione di Lorenzo Tomasin apparsa sul domenicale del Sole 24 ore del 4 dicembre, che sintetizza efficacemente il "disegno della lezione": "linguisti e non linguisti disponibili a farsi sollecitare dall'irrefrenabile voglia di Sabatini di convincere - quasi: di conquistare - il suo lettore".

I piaceri della grammatica è anche il titolo del breve intervento di Sabatini che apre lo Speciale "Grammatica a scuola" di Folio.net, il magazine rivolto a insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado, curato da Massimiliano Singuaroli per il portale Pearson.
Da sfogliare anche per il contributo di Maria G. Lo Duca, che affronta il tema della distanza tra pratiche scolastiche e Indicazioni ufficiali, oltre a un mio contributo sui modelli grammaticali.

https://it.pearson.com/aree-disciplinari/italiano/folio-net.html

sabato 3 dicembre 2016

In principio era il verbo...


 
"L'Universo racchiuso in un cerchio, come dire: il màndala per eccellenza. Intuizione seducente quella di Pablo Carlos Budassi, diffusa di recente dal web. L'artista argentino, sovrapponendo le complesse mappe logaritmiche dell'Università di Princeton alle spettacolari immagini dei telescopi NASA, ha infatti elaborato una rappresentazione dell'Universo conosciuto – con la nostra galassia come perno centrale – non in scala lineare, bensì in forma circolare, con i vari elementi del cosmo collegati tra loro.
Metafora perfetta della grammatica valenziale, comunemente rappresentata attraverso schemi grafici a struttura radiale, che simulano l'organizzazione degli elementi della frase attorno al verbo."

Così inizia il bell'articolo di Daniele Scarampi per l'ottimo Portale della Lingua Italiana ospitato dal sito Treccani e curato da Silverio Novelli.
Da leggere non solo per l'efficace sintesi descrittiva, ma anche per le sensate e coraggiose riflessioni (da parte di un insegnante) sulle difficoltà e resistenza che la valenziale incontra a scuola, nonostante la sua provata efficacia didattica.
Alla base della resistenza di molti ci sarebbe l'attaccamento al "curriculum implicito", ovvero alla propria idea d'insegnamento, esplicitata attraverso due argomenti: da una parte la presunta difficoltà di adeguarsi a una nuova terminologia, dall'altra la rivendicazione della necessità di basi tradizionali.

Buona lettura!

http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/valenziale.html

giovedì 1 dicembre 2016

La valenziale... sulla via di Damasco (intervista a Nicola Grandi)

La grammatica valenziale ha alle spalle alcuni decenni di sperimentazioni didattiche in Italia.
Per molti studenti che hanno avuto la fortuna di incontrarla sui banchi di scuola, è stata una rivelazione. Per qualcuno, ha addirittura segnato l'inizio di una carriera da linguista.
Questa è la testimonianza di Nicola Grandi, oggi professore ordinario di Linguistica generale all'Università di Bologna.


D - Quando e come è avvenuto il tuo incontro con la valenziale?

All’inizio del liceo, durante la prima lezione di latino e greco con uno dei professori che, più di tutti, hanno poi influenzato la mia formazione: il professor Ettore Campi, del Liceo Ariosto di Ferrara. In realtà mi sono accorto solo dopo che stavamo usando la grammatica valenziale. All’epoca quel metodo ci fu presentato come ‘metodo Proverbio’. Mi ricordo ancora la prima frase che il professore pronunciò in classe: il metodo Proverbio si basa sulla verbodipendenza. E poi ci mise di fronte un testo in latino e partimmo da quello per cercare di ricavare tutte le regolarità della lingua e di trasformarle poi in regole esplicite. Non ci capii nulla per un bel po’ e ricordo lo smarrimento di mio nonno, laureato in lettere e insegnante di lettere, che insisteva per aiutarmi a fare i compiti e non riusciva a venirne a capo…
Non credo di aver mai sentito nominare esplicitamente la grammatica valenziale, durante il liceo: ce la presentarono… in incognito!

 
D - C'era coerenza metodologica nello studio delle lingue classiche e nella riflessione sull'italiano?

Solo nel biennio e solo in parte. In italiano usavamo il volume di Francesco Sabatini, La comunicazione e gli usi della lingua. Poi nel triennio c’era meno coordinamento, anche perché in italiano abbandonammo un po’ la riflessione metalinguistica.

 
D - I libri di testo in adozione avevano un'impostazione valenziale o tradizionale?

Tendenzialmente valenziale. Del libro di italiano ho già detto. In latino adottavamo invece ‘Fare latino’, di Proverbio e altri autori. E, in questo caso, l’impostazione era più marcatamente valenziale. Il libro di greco non aveva nulla di valenziale.

 
D - Quali sono i tuoi ricordi di studente (impatto, motivazione ecc.)?

L’impatto, come dicevo, fu una sensazione di sostanziale smarrimento. Alcuni miei compagni, che si erano messi avanti nell’estate studiando latino per conto loro (cioè andando a ripetizione e quindi usando un metodo tradizionale), si sentivano ancora più persi. Era un modo di vedere le lingue totalmente diverso da quello che avevamo sperimentato durante le scuole medie. Anche nella terminologia. Il complemento di termine diventava C3, quello di specificazione C2, il soggetto C1, ecc. Ci veniva richiesto di rappresentare le frasi attraverso grafi ad albero, con linee continue e tratteggiate (che chiamavamo ‘modelli’). Insomma, niente in comune con la solita analisi logica e del periodo. Ricordo ancora un episodio: un mio compagno fu sorpreso, durante un compito in classe, ad analizzare la frase e a tradurre con il metodo tradizionale’; il professore gli fece un cazziatone che fece storia!
Poi, una volta assimilato il metodo, tradurre diventava davvero una sfida: si entrava nel testo e nella testa di chi lo aveva scritto, diventava quasi una operazione di logica, non un semplice compito di lingua.
Anzi, venivamo invitati a fare due traduzioni: una letterale e una libera, cercando nella nostra lingua i costrutti che meglio rendevano quello che c’era nella versione di greco o latino.
 

D - Ritieni che l'analisi linguistica fatta col modello valenziale abbia avuto un ruolo nelle tue scelte successive (diventare linguista e, e più in particolare tipologo)?

Io credo di essere diventato linguista al liceo. Come ho detto sopra, tradurre diventava una sfida che andava ben oltre la necessità di cercare, in italiano, equivalenti quasi automatici di quello che era scritto in latino o in greco. Tradurre era solo il mezzo per capire i meccanismi profondi della lingua, a livello grammaticale e logico. Capii che una frase va analizzata su più livelli: quello sintattico certamente, ma anche quello dei ruoli tematici. Poi nella tipologia ho ritrovato molto di quello che avevo imparato: la necessità di usare categorie descrittive che siano neutrali rispetto alle lingue studiate, l’universalità delle relazioni logiche e, invece, la diversità della loro realizzazione formale. Insomma, fare Lettere classiche dopo il liceo fu una scelta quasi scontata; e laurearmi in Linguistica la conseguenza inevitabile della mia esperienza al Liceo.